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mercoledì 3 giugno 2020

SICULOAMERICANI E MAFIA A NEW YORK




I primi siciliani sbarcarono a New York già alla fine XVII secolo. Esploratori, missionari o gente in cerca di fortuna, lasciava la propria terra d'origine. Non siamo ancora di fronte ad un fenomeno di massa, come poi accadrà con l'emigrazione siciliana negli Stati Uniti a partire dal 1880, la cui crescente intensità condurrà fuori dalla propria terra più di un milione di persone.

Il fenomeno migratorio diverrà di massa tra la fine dell’800 e l'inizio del '900, quando povera gente e delinquenti in fuga, lasciavano l'isola alla volta del Nord America.


Cosa attraeva dell'America?

Il commercio di agrumi tra Palermo e New York aveva creato un canale di comunicazione e scambio di informazione tra chi risiedeva nell'isola e chi si era avventurato nel nuovo mondo. I sogni di facile arricchimento e di facilità di opportunità, o di sfuggire dalla legge italiana, creava delle aspettative, spesso mitologiche, su quella che era "l'american life style". Tra i migranti, infatti, numerosi erano i criminali siciliani che cercavano una fuga. Ciò, purtroppo, fu semplificato anche dalla facilità con cui si poteva accedere a documenti falsi dai quali venivano cancellati tutti i reati penali. Non mancò la connivenza delle autorità, compiacenti di liberarsi di delinquenti di difficile gestione nella nascente e precaria Italia unificata. Pian piano, povera gente e criminali di tutte le gerarchie si avvicendavano per le strade di New York, ma non solo. 

Quando si arrivava nella "terra promessa", emergeva subito il disorientamento di vivere in un luogo affatto diverso da quello originario. La vita nella grande metropoli, la difficoltà di imparare la lingua e di inserirsi nel contesto lavorativo, spingeva molti siciliani ad affidarsi al "boss" di quartiere loro conterraneo. Così non solo i già decretati criminali, ma anche lavoratori onesti erano costretti a subire le conseguenza di scambio di favori con la criminalità, pur di sopravvivere. Un onesto e disperato emigrante, così, si trovava spesso costretto a partecipare a quel clima d’illegalità che sommergeva i sobborghi di New York.

La migrazione in America, inoltre, era un fonte cospicua di guadagno per la stessa Mafia. La gestione dei prestiti per l'acquisto del costoso biglietto e il sostegno dell'occupazione non appena approdati, rendevano i siciliani non malavitosi schiavi dello stesso sistema che vigeva nell'isola: il clientelismo e l'usura. Molti impegnavano le proprie terre per pagare il biglietto della traversata e, se non fossero riusciti a saldare il debito all'arrivo, le loro proprietà finivano nella mani della Mafia.

Cosa Nostra

La Mafia siciliana da New York (Manhattan e Brooklyn) si diffuse anche a Pittsburgh, Chicago, Kansas City e San Francisco, e per espandere i propri traffici, specie nelle rotte portuali con Palermo, si scontrarono con altre organizzazioni criminali. Un esempio è quello della mafia irlandese, a cui i siciliani si sono sostituiti nella gestione dei traffici del porto di New York.

                                      

Nella sua prima fase di colonizzazione, la Mafia americana era una "costola" di quella siciliana e da questa dipendente.

 Con il passare del tempo, i figli dei primi boss, pienamente americanizzati, si dissociarono pian piano dall'organizzazione originaria, creando una sintesi particolare nel mondo della criminalità. Sebbene in Italia sono ai siciliani era concesso di accedere alle "cupole", le più potenti famiglie mafiose degli Stati Uniti accolsero elementi non siciliani, come campani e calabresi. Altra differenza con la "madre patria" era la gestione degli affari. Il tessuto economico americano, molto differente da quello italiano, dava prospettive di guadagno impensabili. Dalla gestione della prostituzione al gioco d'azzardo, la Mafia oltre oceano prendeva una strada tutta sua, al punto che un palermitano di Lercara Friddi, Salvatore Lucania, noto come Lucky Luciano, diede un nome all'organizzazione mafiosa ristrutturata: Cosa Nostra.

domenica 31 maggio 2020

Emigrazione siciliana negli USA

Emigrazione siciliana in Tunisia

Le avverse condizioni economiche e l’assenza di prospettive future, sono all’origine del fenomeno migratorio siciliano. All’indomani della piemontesizzazione dell’isola nel 1861, la meta privilegiata seguiva la rotta del nascente e spontaneo colonialismo italiano, cioè il nord Africa, specialmente la Tunisia. La facilità di acquistare terra a prezzi vantaggiosi e l’introduzione della tassa sul macinato del 1868, prospettavano l’emigrazione come unica soluzione alla miseria. 

                                                       

Emigrazione siciliana negli USA



A partite dal 1885, il popolo siciliano cominciò a guardare oltre atlantico, verso la terra promessa cui erano destinati buona parte dei cittadini italiani in cerca di fortuna. Sebbene non fossero i primi italiani a guardare agli Stati Uniti, a partire dal 1900, e per i primi 12-13 anni, l’emigrazione siciliana toccò il picco di 1.200.000 emigrati. Con l’avvento del Ventennio fascista, l’ondata migratoria diminuì, ma non appena di concluse il secondo conflitto mondiale, i numeri tornarono a salire. Perché gli USA? Se la Tunisia, come detto prima, presentava vantaggi per un’economia ancora agricola, gli USA avevano “fame di manodopera”. Insomma, si andava a vendere la propria forza lavoro nella speranza di partecipare del sogno americano.



Gli effetti economici

Come in ogni fenomeno migratorio, l’economia risente fortemente del calo della forza lavoro, della produttività e della domanda. Ciononostante, nei primi anni del Novecento, il gran numero di emigrati fu bilanciato da un boom delle nascite. L’emigrazione negli USA, però, produsse anche alcuni vantaggi. In primo luogo, le famiglie siciliane stabilitesi nel nuovo mondo, erano solite mandare dollari ai parenti rimasti nell’isola. Queste sono le famose “rimesse”, flussi di denaro, di una moneta forte, che innalzava il tenore di vita di alcuni siciliani e sosteneva il loro potere d’acquisto. Inoltre, molti siciliani tornati a casa con il denaro guadagnato in America, poterono acquistare le terre, innalzando lievemente il tenore di vita della classe contadina. Ciò, però, non generò alcuna rivoluzione in seno all’economia agricola.

Il viaggio
Dai porti di Palermo, Messina e Napoli, stipati nei “ferri botti” in condizioni igieniche disagevoli, spesso famiglie intere partivano alla volta del nuovo mondo. 

Se gli emigrati erano proprio coloro che vessavano nella miseria più totale, come pagavano il costoso biglietto? 

Un sistema di agenti – i “boss del lavoro” - dediti al business dell’emigrazione si occupava di fornire prestiti agli indigenti, con l’obbligo, appena arrivati negli USA, di firmare un contratto che obbligava a rimborsare quanto prestato.

Ellis Island


Dopo una traversata che poteva impiegare anche fino a quattro settimane, si approdava a Ellis Island, l’isola delle lacrime, l’isolotto vicino Manhattan dove i migranti erano censiti e “smistati”.

Ellis Island


L’emigrazione siciliana oggi

Il “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes ci prospetta una situazione che non tende a mutare. I siciliani, da soli, rappresentano più del 14% del totale dell’emigrazione italiana all’estero, conquistando il primato di prima regione per fenomeni emigratori. Città come Palermo e Catania, hanno visto una perdita di popolazione rispettivamente di poco più di trentamila e ventimila unità. Il dato è confermato dall’Istat, le cui stime ci dicono che ogni anno emigrano in media circa 10 o 20 mila siciliani, per un totale di 200.000 negli ultimi cinquant’anni. Seguendo il trend attuale, intorno al 2060-2070 circa un milione di persone lasceranno l’isola, “smistandosi” nelle altre regioni italiane o all’estero. Con prevedibili – disastrose? - conseguenze economiche per l’isola.

martedì 26 maggio 2020

Lucky Luciano, la Mafia e lo sbarco in Sicilia



La decisione di sbarcare in Sicilia fu presa durante la conferenza di Casablanca nel gennaio 1943. Sebbene gli americani fossero all’inizio perplessi, il primo ministro britannico Churchill era convinto che per vincere, fosse necessario colpire il “ventre molle dell’Asse”, cioè l’Italia.

L’Operazione Husky avrebbe dato avvio alla cosiddetta Campagna d’Italia, che avrebbe prodotto la caduta del fascismo e l’uscita dell’Italia dalla guerra. Fu proprio quello che avvenne: dopo due settimane dallo sbarco, il 25 luglio Mussolini fu messo in minoranza dal Gran Consiglio del Fascismo, destituito e arrestato. Inizia il “governo dei quarantacinque giorni” di Badoglio, che finirà l’8 settembre 1943, giorno in cui Badoglio rende pubblico l’armistizio di Cassibile firmato il 3 settembre.

È vero che la Mafia ha giocato un ruolo importante nell’organizzazione dello sbarco in Sicilia?

Molti storici tendono a negare che la Mafia, sul piano propriamente militare, abbia dato particolari contributi. (Si leggano i valori di Mangiameli, Renda e Lupo).                          

Se un ruolo la Mafia l’abbia mai avuto, questo va ricercato nella fase posteriore allo sbarco, al momento di organizzare l’amministrazione provvisoria dell’isola prima di riconsegnarla al governo italiano defascistizzato. Molti boss mafiosi furono nominati sindaci, ma spesso, non appena scoperta la loro fedina penale, furono destituiti dai loro incarichi. Forse era più la Mafia e beneficiare dell’intervento americano che il contrario. I soldati delle divisioni Assietta e Aosta, infatti, furono obbligati dai mafiosi alla diserzione, per evitare conseguenze spiacevoli per loro e le loro famiglie. 

Non dobbiamo dimenticare che durante il fascismo, la Mafia siciliana aveva subito un duro colpo. Il prefetto di Trapani Cesare Mori, detto il “prefetto di ferro”, aveva sradicato buona parte dell’establishment mafioso, costringendo a emigrare chi era sfuggito agli arresti.

                                    

In prima battuta la “logica” del coinvolgimento mafioso reggerebbe, poiché i mafiosi hanno interessi a far cadere il fascismo, governo opprimente e centralizzato che non permette di gestire in tranquillità i loro affari. Inoltre, gli americani probabilmente erano ben consapevoli dell’avversione mafiosa verso il comunismo, dunque avere sull’isola un “alleato” anticomunista era un grosso vantaggio.

In realtà, però, tutto poggia su miti che non hanno un comprovato riscontro documentale. 

Quello che Lucky Luciano fece, invece, fu altra cosa. Già dall’inizio della guerra, anche prima dell’ingresso degli Usa, dal porto di New York partivano i rifornimenti per la Gran Bretagna. Il porto della Grande Mela, che era sotto il controllo della Mafia siculo – americana, era spesso al centro di sabotaggi, incendi, di “manovre sinistre”, controllata da una rete di spionaggio che rappresentava un’amministrazione ombra che era in grado addirittura di influenzare i sindacati degli operatori portuali. Fu allora che i Servizi Segreti contattarono un ergastolano di nome Lucky Luciano.


 L’accordo con il boss palermitano aveva l’obiettivo di evitare sabotaggi che avrebbero compromesso l’invio di materiale bellico. In cambio, chiaramente, era in ballo lo sconto della pena. In verità, lo scompiglio era provocato dalla Mafia stessa, allo scopo di ottenere la negoziazione delle pene dei boss incarcerati.

In effetti, a guerra finita, molti boss mafiosi, tra i quali lo stesso Luciano, furono scarcerati ed estradati. Lucky Luciano finì i suoi giorni in Italia, vivendo tra Napoli, Roma e Palermo.

La rivolta del sette e mezzo a Palermo


Lo sbarco dei Mille in Sicilia portò con sé grandi speranze di rinnovamento economico e sociale. L'avvento della dittatura garibaldina, con i suoi ideali democratici e le sue promesse sociali, produsse un'ondata di entusiasmo che spinse molti siciliani ad aderire alla causa piemontese che, nelle speranze dei più, avrebbe significato raggiungere la liberazione dall'oppressione borbonica e l'agognata giustizia sociale.

Dopo l'incontro di Teano, Garibaldi lasciò le sue conquiste nelle mani del Re e di Cavour, i quali hanno dato vita a quel fenomeno che ormai riconosciuto come "piemontesizzazione" dell'Italia. Gli apparati amministrativi, giudiziari, fiscali, legislativi e militari furono estesi a tutto il paese, compresa la Sicilia. Il nuovo Stato, piuttosto che come liberatore, manifestò subito ciò che era davvero, cioè l'ennesimo straniero che s'impossessa dell'isola, indifferente alle aspettative della popolazione civile.

Il nuovo Stato dovette subito tener fronte ai nuovi nemici separatisti, che pervadevano tutto il Sud Italia alimentati dalla rabbia provocata dalla delusione dell'ipocrisia garibaldina e dall'oppressione del governo di Torino. Dietro le spinte separatiste che interessavano tutto il Sud, c'erano gli interessi dei Borbone e della Chiesa, spodestati dai loro legittimi poteri.

Il brigantaggio in Lucania e Campania e le rivolte siciliane rappresentavano la ribellione verso quel nuovo padrone che spremeva i cittadini più di quanto aveva fatto il precedente governo: opprimente fiscalità, leva obbligatoria, smantellamento dell'economia di tutto il Sud e controllo poliziesco della popolazione civile.

Tra il 16 e il 22 settembre 1866 scoppiò a Palermo la rivolta del sette e mezzo. La sollevazione popolare, che durò sette giorni e mezzo, era una rivolta antigovernativa, organizzata da ex garibaldini delusi, ex funzionari borbonici e religiosi e reduci dell'Esercito meridionale.

La premessa di questa rivolta sta nelle precedenti ribellioni contro il servizio militare obbligatorio introdotto dal Regno d'Italia nel 1861 e 1862. Le leggi borboniche prevedevano deroghe nei confronti dei residenti della Sicilia, i quali erano esentati dal servizio di leva. Palermo, Biancavilla, Adernò, Paternò, Mezzojuso, Alcamo, Sciacca, Belmonte Mezzagno si ribellarono. Nel gennaio 1862 la ribellione a Castellammare del Golfo aveva assunto caratteri popolari e di massa tali da condurre la Regia Marina Italiana a colpire, con i propri cannoni, proprio la popolazione civile.

La repressione italo-piemontese ristabilì l'ordine, ma acuì il malessere e la consapevolezza del tradimento nei confronti delle aspettative di giustizia e libertà promesse da Garibaldi.

La precarietà economica dovuta alla pesante tassazione cresceva, si diffondeva il colera, l'oppressione dei nuovi funzionari statali e le misure poliziesche provocavano ondate di malessere che, ad un certo punto, fu difficile contenere. 

Nella notte tra il 15 ed il 16 di settembre del 1866, migliaia di contadini (circa 3000-4000) occupano Palermo e spingono la popolazione cittadina a unirsi a loro per la ribellione. La repressione non si fece attendere: l'esercito comandato da Raffaele Cadorna, la Regia Marina Italiana, con l'aiuto della Marina Inglese, bombardarono Palermo. Dopo sette giorni e mezzo la rivolta fu sedata, ma il 7 settembre 1866 fu dichiarato lo stato di assedio. Furono arrestati 2.427 civili, 297 furono processati e 127 condannati.

Perché gli inglesi? Il revisionismo storico degli ultimi anni ha fatto emergere quanto fosse importante, per gli inglesi, avere un governo liberale al cuore del Mediterraneo e in Sicilia, poiché vini, zolfo e porti mercantili alla volta del canale di Suez, non potevano rimanere nelle mani dell'emergente economica borbonica, che mal tollerava la subordinazione all'Inghilterra e tentava di svincolarsi tramite accordi con le potenze nemiche della “Perfida Albione”.

lunedì 25 maggio 2020

Storia della colonizzazione greca della Sicilia

L’arrivo dei greci in Sicilia, datato intorno a VIII secolo a. C., rientra il quel fenomeno storico conosciuto come "seconda colonizzazione greca". Lo sviluppo demografico nella madrepatria e le lotte sociali per il possesso delle terre, avevano condotto molti elementi del ceto medio - corrispondente all'attuale ceto borghese - a cercare fortuna altrove, poiché le terre da coltivare non bastavano per tutti. Fu allora che le stesse città favorirono questo processo di emigrazione, il quale avrebbe poi espanso i confini della cultura greca. L'ecista, incaricato di guidare le spedizioni migratorie, una volta approdati nelle nuove terre, si occupavano di distribuire le terre fra i migranti e istituire le regole sociali: le leggi ricalcavano quelle della madrepatria, così come i riti della religione olimpica. Si spiega così la forte presenza greca nella Sicilia, dai monumenti all'etimologia dei nomi dei maggiori centri abitati.

Fra i primi gruppi di Greci annoveriamo i Calcidesi d'Eubea, che intorno al 734 a.C. fondarono Naxos. Il gruppo stabilitosi qui, dopo alcuni anni partì verso sud per fondare Lentini nel 728 a.C. e Catania poi nel 727 a.C

Nel 734 i Dori di Corinto fondarono Sùraka (Siracusa), i cui abitanti fondarono a loro volta Akrai (Palazzolo Acredide) e Camarina. 

Nel 728 a.C., i coloni provenienti da Mégara fondarono Mégara Iblea e Selinunte


Tra il VII e VI a. C., coloni provenienti da Rodi e Creta fondarono Gela, i cui abitanti a metà del VI a. C. fondarono Agrigento. 

Nel 491, Anàssila di Messene, con un gruppo di greci già stanziati in Calabria, occupò Zancle e gli cambiò il nome in Messene (l'odierna Messina), in memoria della sua città natale. 

Alcuni sostengono che Messina fu forse la prima colonia fondata dai Greci; in realtà, però, nessuna fonte è in grado di suffragare questa ipotesi. Risulta più probabile, invece, il primato della fondazione di Naxos, grazie alla testimonianza di Tucidite ne La guerra del Peloponneso.

Origine della parola Mafia



Sebbene la parola mafia sia stata sempre diffusa in Sicilia e utilizzata con significati polisemici, la sua origine etimologica rimane avvolta nel mistero. 

Esistono tante proposte di genealogica semantica, eccone alcune:

Dall'arabo: 
1. mu'afak: protezione dei deboli
2. mahyas: millanteria e spacconeria
3. maha: cava (luogo segreto di riunione dei primi mafiosi)
4. màhfil: adunanza
5. ma afir: tribù che aveva dominato Palermo nel periodo saraceno

Dal Toscano: 
maffia: miseria e ostentazione vistosa, spocchia

Dal piemontese
mafiun: uomo malfatto, rustico, rozzo, che non parla e non risponde. 

 

  Luigi Capuana e Giuseppe Pitré sostenevano che la parola era già in uso a Palermo prima del 1863, con il significato di bellezza e orgoglio.

Nessuna di queste interpretazioni prevale in maniera decisa.

Il termine acquista la sua valenza negativa, anche al di fuori della Sicilia, a partire dal 1863, quando diventa sinonimo di criminalità siciliana. In quell'anno, l'opera teatrale di Giuseppe Rizzotto "I mafiusi di la Vicaria", mette in scena il modo in cui i carcerati del Vicaria di Palermo si organizzano e si comportano. Emergono gli elementi che poi faranno parte dell'organizzazione criminale, come il capo, i "picciotti" e il "pizzo".

Il Parlamento siciliano, il più antico in senso moderno


Il Parlamento del Regno di Sicilia, costituita come camera legislativa del Regno nel 1130 da Ruggero II di Sicilia, è il Parlamento più antico al mondo in senso moderno. In realtà esisteva già un’assemblea parlamentare in Islanda, l’Althingi (che significa "tutto quanto" o "assemblea generale"), attiva già dal 930 durante la dominazione vichinga, ma questa aveva solo funzione consultiva. Insomma, non era un’istituzione statale.

 L’organo collegiale siciliano, che allora si chiamava Curiae Generales o Curiae Solemnes, nella sua fase embrionale aveva anch’esso solo funzioni consultive. Ne è un esempio l’assemblea siciliana convocata per la prima volta a Mazara nel 1097 dal Gran Conte Ruggero I di Sicilia. Nei primi anni di attività, il Parlamento siciliano ratificava le deliberazioni di tipo economico e amministrativo del sovrano (come i rapporti di politica estera e l’imposizione fiscale). Nella sua fase più matura, l’assemblea siciliana ebbe poteri normativi, dunque fu il primo Parlamento del mondo ad avere funzione legislativa. 

Il parlamento siciliano era costituito da tre rami. Il ramo feudale era costituito dai nobili; il ramo ecclesiastico era formato da arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti (cioè i padri superiori dei monastero tipici del cristianesimo orientale), mentre il ramo demaniale era costituito dai rappresentanti delle 42 città demaniali della Sicilia (cioè che non erano sottoposte ai feudatari e facevano parte del demanio del re, quindi, chiamate anche "città regie, tra le quali Palermo, Messina, Catania, Siracusa e  Girgenti).

 L’assise deteneva l’importantissimo compito d’incoronare i sovrani e le sue funzioni furono rispettata dai Re. Nella storia siciliana ha svolto un ruolo di primaria importanza: ricordiamo che la rivolta anti angioina (prima guerra del Vespro 1282-1302) fu guidata proprio dal Parlamento, al quale dobbiamo sia l’adozione dell’attuale bandiera siciliana, sia l’elezione dei sovrani aragonesi. 

Tappa importante dell’evoluzione storica dell’organo legislativo si ebbe durante la diffusione in tutta Europa delle idee liberali. A Palermo il 19 luglio 1812 il Parlamento siciliano abolì il regime feudale, promulgò la costituzione siciliana del 1812, e riformò gli apparati statali. Il parlamento divenne bicamerale, formato da una Camera dei comuni, composta da rappresentanti del popolo, con carica elettiva, e una Camera dei Pari, costituita da ecclesiastici, militari ed aristocratici con carica vitalizia e di nomina regia. Queste due camere erano convocate dal sovrano almeno una volta l'anno, erano titolari del potere legislativo. Il monarca era titolare del potere esecutivo, deteneva potere di veto sulle leggi del parlamento. Il potere giudiziario era detenuto da giudici indipendenti, ma, in realtà, influenzati dalla corona. Il Parlamento siciliano è protagonista, insomma, della trasformazione dello Stato in senso liberale.

Nel 1816 il Re Francesco di Borbone aggregò il Regno di Sicilia a quello di Napoli, provocando la decadenza giuridica della Costituzione e del Parlamento siciliani.
Durante le rivoluzioni del Quarantotto (periodo noto come “Primavera dei popoli”) il Parlamento siciliano riacquistò la sua centralità. Il 25 marzo del 1848 a Palermo si riuniva l’assemblea legislativa (il "Parlamento generale di Sicilia") nella chiesa di San Domenico, con un governo rivoluzionario: la dinastia borbonica fu dichiarata decaduta e fu proclamata la monarchia costituzionale nota come Regno di Sicilia. Il senso della trasformazione era chiaramente liberale e anti nobiliare. In primo luogo, la corona fu offerta al Duca di Genova Alberto Amedeo di Savoia, figlio di Carlo Alberto di Savoia, che rifiutò, poiché accettare la corona da un Parlamento rivoluzionario (cioè dal basso) avrebbe delegittimato il potere del monarca. Inoltre, il 10 luglio dello stesso anno il parlamento decretò una nuova costituzione, sopprimendo anche la Camera dei Pari, quella che rappresentava gli interessi del clero e della nobiltà. 

La vita del Parlamento del 1848-49 durò solo quindici mesi. Con il "decreto di Gaeta" del 28 febbraio 1849, Ferdinando II di Borbone iniziò a riprendere possesso della Sicilia tramite l’azione militare. Alla notizia che il monarca, dopo aver conquistato diverse città stesse per concedere l’amnistia, l’assemblea si sciolse.

Spiragli di rinascita si affacciarono con la conquista garibaldina, quando il prodittatore della Sicilia, Antonio Mordini, nell’Ottobre del 1860 aveva indetto i collegi elettorali per eleggere i deputati dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo. Chiaramente nulla di ciò avvenne, in quanto l’unica cosa cui i cittadini furono chiamati fu la ratifica, tramite plebiscito, all’annessione al Regno d’Italia. 

Nel 1947, dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche alle rivendicazioni del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS), nacque l'ARS (Assemblea regionale siciliana), organo legislativo i cui componenti sono definiti “deputati”. Fu la prima assemblea legislativa elettiva regionale riunitasi in Italia dopo la fine della guerra. La prima seduta, infatti, risale al 25 maggio 1947.

lunedì 8 novembre 2010

Storia della Sicilia

Giardini Naxos-Messina-Sicilia-Italy - Creative Commons by gnuckx




Circa 3500 anni fa, i Siculi, popolazione d'origine latina, sbarcarono in Sicania, un'isola situata di fronte le coste calabresi. Dopo lunghe battaglie, i suoi abitanti, i Sicani, furono cacciati verso la parte occidentale dell'isola. La sua posizione strategica lungo le rotte commerciali del mediterraneo, determinò solleticò lo spirito di conquista delle più importanti civiltà sia del Mediterraneo che europee.
Fenici, Greci, Romani, Arabi, Normanni, Spagnoli invasero l'isola, si scontrarono in battaglie, fondarono dinastie e istituzioni, coltivarono terre, edificarono templi, teatri, chiese, palazzi e sontuose dimore.


Epoca Greca



La zona orientale della Sicilia fu meta di colonizzazione di diverse popolazioni greche in cerca di nuove terre da colonizzare. La prima colonia greca in Sicilia fu Naxos (oggi Giardini Naxos), fondata dai Calcidesi (o Ionici) provenienti dall'Eubea nel 734 a.C.. Lo stesso popolo fondò a sud la colonia di Lentini nel 729 a.C.. I calcidesi di Naxos si spostarono verso sud lungo la costa orientale e fondarono un insediamento urbano che oggi corrisponde alla città di Catania (729 a.C.). Altri popoli greci sbarcarono in Sicilia: i Corinzi, che fondarono Siracusa nel 733 a.C., e i Megarici che fondarono Megara-Hyblaea. Messina, la più continentale delle città siciliane, fu fondata nel 730 da pirati calcidesi provenienti da Cuma. Tra i Dori, le popolazioni di Rodi e Creta fondarono Gela. Successivamente le popolazioni stabilitesi in Sicilia si mossero verso nuove colonie: i Corinzi di Siracusa fondarono Akrai nel 633 a.C. (corrispondente oggi, pressappoco, a Palazzolo Acreide). I Cretesi di Gela si insediarono ad Agrigento (Akragas) nel 580 a.C., e i Megarici provenienti da Megara Hyblaea fondarono Selinunte nel 627 a.C.. Ciò che oggi rimane di tale Storia è la Valle dei Templi di Agrigento e l'area archeologica di Segesta. 




Epoca Romana

Teatro Romano Italy Catania - Creative Commons by gnuckx

Sempre nell'ambito dell'importanza strategica per i commerci, anche Roma si mosse alla conquista dell'isola. Poco prima della conquista romana, la Sicilia era divisa tra l'influenza cartaginese e greca. Quando dei mercenari campani - chiamati Mamertini in onore del Dio Marte - stanziati a Messina si trovarono in opposizione ai greci di Siracusa, il sostegno fornito da Cartagine si trasformò in una sorta di protettorato. I Mamertini, mal sopportando l'oppressione cartaginese, chiamarono in aiuto Roma, che non poteva non prendere a pretesto questa occasione per eliminare dalla concorrenza commerciale la vecchia alleata fenicia. Fu così che iniziò la stagione delle guerre puniche, durante le quali la Sicilia divenne una provincia romana (III sec a.C.). L'interesse che mosse i romani fu prevalentemente agricolo, e ciò significò sfruttarne le risorse della terra. Sorsero piccoli villaggi, fattorie, ville che costituiscono il nucleo originario di ciò che sarà in tempi più recenti il Latifondo. La Sicilia così divenne "Granaio" di Roma. 


 Epoca Bizantina



Nel 535 i Bizantini conquistano la Sicilia con una spedizione inviata dall'imperatore d'Oriente Giustiniano e condotta dal suo generale Belisario. Nel 660, sotto la minaccia dell'espansione musulmana, Costanzo decise di trasferire la capitale dell'Impero da Costantinopoli a Siracusa. Ciò diede nuovo lustro alla città di Siracusa, ma non portò alcun tipo di vantaggio per l'isola. Anzi grossi oneri finanziari ed una pesante ed ingiusta tirannide portarono all'assassinio dell'imperatore nel 668. L'anno dopo la capitale ritornò a Costantinopoli per volere del figlio di Costanzo. Dell'epoca bizantina ricordiamo l'arte sacra, che rappresentava Dio attraverso una nuova forma di pittura, le cosiddette "icone": sfondi dorati, senza tridimensionalità, con al centro volti con espressioni fisse ad indicare la solennità e l'eternità del soggetto rappresentato. Massime rappresentazioni di tali forme artistiche bizantine sono i mosaici delle Cattedrali di Cefalù, Palermo e Monreale.



Epoca araba



Tra il IX e il X secolo si completò la conquista araba della Sicilia, e la capitale del nuovo regno fu Palermo, che tutt'oggi vanta l'aspetto urbano più arabo dell'isola. La nuova capitale conobbe un periodo più che fiorente, infatti fu dotata di giardini, moschee e palazzi. L'influenza araba portò nuova linfa vitale allo sfruttamento della terra, grazie all'inserimento di nuovi sistemi d'irrigazione e nuove colture come la canna da zucchero, il melone e gli agrumi.

 Epoca Normanna

 Nel 1072 Palermo fu occupata e fatta capitale del nuovo regno Normanno. La capitale fu centro di un rinnovamento grazie alla costruzione di chiese e palazzi, ma il caso più famoso è quello di Palazzo d'Orleans, originariamente un palazzo in stile arabo modificato secondo l'architettura normanna. Oggi esso è sede del Parlamento della Regione Siciliana. La chiesa di Monreale è interamente normanna e fu costruita nel XII secolo. Oggi rimangono alte testimonianze storiche di questa dominazione grazie ai castelli normanni di Adrano, Paterno e Acicastello, costruito su una roccia emersa dalle acque durante la nascita dell'Etna.


 La Sicilia sotto Federico II di Svevia

Il periodo più florido per la Sicilia fu quando assunse il potere Federico II Hohenstaufen. Nipote di Federico Barbarossa, governò la Sicilia dal 1198 al 1250. Cresciuto a Palermo in un ambiente culturale molto stimolante grazie alla convivenza di razze e culture diverse, Federico fu colto protettore delle arti. Durante il suo regno la Sicilia ebbe una splendida fioritura culturale associata ad una rinnovazione dell'amministrazione e ad una rinascita del commercio e delle attività manifatturiere. La sua corte a Palermo divenne un centro letterario a livello europeo, un punto di incontro della cultura araba, bizantina, ebraica e latina. Tollerante e rispettoso, ebbe nei confronti dell'Islam un atteggiamento molto aperto, riunendo alla sua corte i migliori studiosi provenienti da tutte le coste del mediterraneo.


I Vespri Siciliani e la contesa angioina-aragonese

 Il Regno di Sicilia, dopo la morte di Federico II, passa nelle mani di Carlo I d'Angiò, il cui mal governo generò un forte malcontento tra i siciliani a causa di una opprimente politica fiscale. Inoltre gli Angioini si mostrarono insensibili verso il popolo a causa delle continue usurpazioni, soprusi e violenze. La rivolta dei Vespri fu causata da un evento particolare: all'ora della preghiera serale del Vespro del 30 Marzo 1282, nella chiesa dello Spirito Santo a Palermo, un soldato francese aveva tentato di perquisire una donna sotto le vesti con il pretesto di scovare delle armi. La reazione del marito diede inizio alla grande rivolta che si propagò immediatamente in tutta l'isola. I palermitani iniziarono la "caccia ai francesi" che durò per tutta la notte seguente. Palermo si dichiarò subito indipendente e la rivolta si estese in tutto il resto dell'isola. Carlo I d'Angiò decise di intervenire militarmente ponendo sotto assedio la città di Messina. I siciliani organizzarono la difesa riuscendo a respingere con successo l'esercito francese. I nobili siciliani decisero di chiedere aiuto a Pietro d'Aragona, offrendogli la corona di Sicilia. Il re spagnolo, sensibile a tale richiesta, mandò una flotta comandata da Ruggero di Lauria. Gli eventi del Vespro così si trasformarono in un conflitto per il controllo dell'isola tra angioini e aragonesi. Il 26 settembre 1282 Carlo I d'Angiò venne sconfitto e ritornò a Napoli, lasciando la Sicilia nelle mani degli aragonesi. Il 31 agosto 1302 nel castello di Caltabellotta venne firmata la pace fra Carlo di Valois, rappresentante di Carlo II d'Angiò e Federico III d'Aragona. Nel 1347, nel Castello Ursino di Catania, fu firmato un'ulteriore accordo tra angioini e aragonesi, chiudendo così la seconda fase dei Vespri. Ma solo con il trattato di Avignone si poté considerare definitivamente conclusa la questione del Vespro: il 20 agosto 1372 Giovanna d'Angiò e Federico IV d'Aragona firmarono il trattato di pace dopo ben novant'anni da quel famoso lunedì di Pasqua.



 






La Sicilia Borbonica

Le vicissitudini storiche durante il regno borbonico avranno importanti ripercussioni sulla storia della Sicilia fino ai giorni nostri. Re Ferdinando di Borbone promulgò, sotto pressione dell'aristocrazia autonomista siciliana, una Costituzione (1812). Ma dopo il congresso di Vienna e la conseguente restaurazione post-napoleonica, la Sicilia fu unita a Napoli, costituendo il Regno delle due Sicilie, che comportò sa soppressione del Parlamento siciliano da parte di re Ferdinando (1816). Nel 1848 scoppiò la Rivoluzione e gli indipendentisti costituirono un Parlamento autonomo dal Regno delle Due Sicilie. Nonostante questi duri scontri, la Sicilia conobbe un elevato sviluppo economico ed industriale, diventando una delle regioni più ricche d'Italia. Secondo quanto riferiva "l’Exposition Universaille de la science" di Parigi, a metà dell'800 la Sicilia era una delle più imponenti potenze economiche in Europa. Lo stesso incremento demografico era sintomo del benessere siciliano sotto i Borboni: la popolazione agli inizi dell'800 era aumentata del 50%. I Borboni fecero costruire la linea ferroviaria Messina-Catania, una delle prima in Italia.

La Sicilia e l'Unità d'Italia

Lo "Sbarco dei Mille" a Marsala l'11 maggio 1860 segnò una svolta epocale. Nel 1861 avvenne l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia con la cacciata dei Borboni da parte di Garibaldi. L'annessione al Regno di Sardegna, produsse un rapido declino dell'economia. Il servizio di leva obbligatorio, la tassa sul grano macinato, sul pane e sulla pasta (il cibo dei poveri) produssero un aggravamento delle precari condizioni economiche della popolazione. Diverse fabbriche furono chiuse o penalizzate per consentire il decollo economico delle regioni del lombardo-veneto. Il governo sabaudo incamerò il tesoro del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli e sfruttò queste risorse per concedere crediti alla industrie manifatturiere del nord Italia. Strade e ferrovie vennero abbandonate.


 La seconda guerra mondiale in Sicilia

Dopo più di vent'anni di governo fascista - il quale aveva anche provocato la "fuga" dei mafiosi verso gli Usa grazie all'opera del prefetto di ferro Cesare Mori - La Sicilia divenne teatro di un'operazione militare che sicuramente ha determinato gli esiti futuri della guerra. Quando alla Conferenza di Casablanca Churchill proponeva di colpire "il ventre molle dell'Asse", i leader degli Alleati decisero di insediarsi nel punto militarmente più strategico, luogo anche di un'adesione al fascismo mal tollerata. Con il sostegno di Cosa Nostra - annoveriamo la collaborazione con Lucky Luciano, detto Lucianeddu - bramosa di riprendere il controllo dell'isola, prese avvio l'operazione "Husky”, conosciuta come "Lo sbarco in Sicilia". Gli Alleati sbarcarono a Gela il 10 luglio 1943 con l'intento di occupare tutta l'isola. Dopo la conquista dell'isola, terminata con la battaglia di Vaccarizzo a Catania, l'armistizio di Cassibile (a Siracusa) determinò l'uscita dell'Italia dalla guerra. L'isola divenne luogo di frenetica riorganizzazione (circa 70 boss mafiosi erano sindaci di molte città siciliane), emersero le istanze degli indipendentisti che sposavano la causa americana, con la prospettiva dell'annessione agli Usa. Gli alleati britannici, però, si opposero. La Sicilia, dunque, rimase territorio italiano con uno Statuto speciale, il quale conferisce autonomia legislativa su materie non concorrenti con lo Stato.

giovedì 30 settembre 2010

IL MONASTERO DEI BENEDETTINI



La Storia del  Monastero

I monaci Benedettini ottennero il permesso di costruire la nuova sede del monastero nella città di Catania. I lavori iniziarono nel 1558 alla presenza del viceré di Sicilia Juan de la Cerda. 

Durante il Seicento il Monastero dovette fronteggiare due terribili calamità naturali.

L'8 marzo 1669, in seguito ad una devastante eruzione dell'Etna, la lava distrusse il centro di Catania e danneggiò la cinta muraria cinquecentesca. La Chiesa adiacente fu distrutta ma il complesso benedettino si salvò. L'aspetto dei terreni attorno al Monastero si trasforma in un terribile territorio lunare. 

Nel 1687 fu avviata, su progetto dell'architetto romano Giovan Battista Contini, la costruzione della chiesa di San Nicolò ma la notte tra il 10 e l'11 gennaio 1693 un'altra calamità spense ogni entusiasmo: un terribile terremoto distrusse quasi interamente Catania. Il cataclisma più devastante per la Sicilia orientale, che rase al suolo l'intera Val di Noto, raggiunse una magnitudo di 7,7 della scala Richter. Il Monastero dei Benedettini fu distrutto e la stragrande maggioranza dei monaci ne rimase uccisa. Del Monastero cinquecentesco rimase intatto il piano interrato e una sezione del piano primo.

Nel 1702 si avviò il progetto di ricostruzione sotto Antonino Amato, che aggiunse un secondo chiostro accanto al più antico. Il Monastero fu ingrandito e divenne uno dei conventi più grandi d’Europa, secondo solo a quello di Mafra in Portogallo.

La struttura

Si possono ammirare i prospetti orientale e meridionale, opera di Antonio Amato, con splendidi intagli barocchi; lo scalone d'onore d'impronta neoclassica; il primo chiostro, con al centro un chioschetto di gusto neogotico; e ancora il secondo chiostro, la sala circolare dell'antirefettorio.


La Biblioteca Ursino-Recupero

Un’ala del monastero è occupata dagli ambienti delle Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero: dall'unione della biblioteca Civica e di quella personale del Barone Antonio Ursino Recupero, nasce la splendida raccolta tenuta all'interno dei locali dell'ex Monastero dei Benedettini di Catania.

Oggi la biblioteca conserva altre 200.000 volumi, tra cui si annoverano le pergamene medioevali dei monaci benedettini ed una rarissima Bibbia del XIV Sec. Uno dei locali culturalmente più ricco è la Sala Vaccarini, dove la collezione libraria dei Benedettini è organizzata ancora nella sistemazione originaria.





L'Università e la vita culturale

Il Monastero fu la sede dei Benedettini fino al 1866, poi venne ceduto al demanio comunale e solo nel 1977 fu ufficialmente proclamata sede della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Catania. Le vecchie celle dei monaci sono state restaurate ed adibite ad aule per le lezioni degli studenti. Nei locali dell’ex Monastero dei Benedettini si svolgono ogni anno mostre, concerti e decine di manifestazioni culturali.

Si organizzano incontri di astronomia: gli astrofisici etnei della cooperativa Aster hanno guidato i catanesi alla conoscenza dei corpi celesti dalle terrazze del Monastero in occasione della manifestazione "MonaStelle", promosso dall'associazione Officine Culturali e dalla facoltà' di Lettere e Filosofia.

Assieme al centro storico di Catania, fa parte del patrimonio dell'UNESCO.


Testimonianze di viaggiatori illustri

Lo scienziato Patrick Brydone, in visita a Catania, così scrive a proposito del complesso monumentale dei Benedettini, in una rielaborazione degli appunti del viaggio compiuto in Sicilia tra il 15 maggio e il 29 luglio 1770: 

"Entrato nel grande cancello la mia sorpresa si accrebbe ancora: avevo dinanzi una facciata quasi uguale a quella di Versailles, un nobile scalone di marmo bianco e una magnifica cornice propria di una residenza regale. Non avevo mai sentito dire che i re di Sicilia avessero un palazzo a Catania e d'altronde non potevo spiegarmi altrimenti ciò che vedevo. Mi affrettai a tornare a casa per comunicare la mia scoperta agli amici e li trovai in compagnia del canonico Recupero che era venuto da noi apposta per condurci laggiù e godersi la nostra sorpresa ed il nostro stupore. Ci disse poi che il palazzo non era altro che un convento di grassi monaci benedettini, che volevano assicurarsi a tutti i costi un paradiso almeno in questo mondo, se non nell'altro".

Charles Didier, scrittore, poeta e viaggiatore francese di origini svizzere, nel 1829 rimase profondamente colpito dal monastero: 

"L’appartamento dei religiosi è da uomini di mondo. Il monaco mi ricevette in una camera elegante, quasi ricercata; grandi tende di mussola gialle e bianche vi creavano un’atmosfera veramente galante".

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