lunedì 25 maggio 2020

Storia della colonizzazione greca della Sicilia

L’arrivo dei greci in Sicilia, datato intorno a VIII secolo a. C., rientra il quel fenomeno storico conosciuto come "seconda colonizzazione greca". Lo sviluppo demografico nella madrepatria e le lotte sociali per il possesso delle terre, avevano condotto molti elementi del ceto medio - corrispondente all'attuale ceto borghese - a cercare fortuna altrove, poiché le terre da coltivare non bastavano per tutti. Fu allora che le stesse città favorirono questo processo di emigrazione, il quale avrebbe poi espanso i confini della cultura greca. L'ecista, incaricato di guidare le spedizioni migratorie, una volta approdati nelle nuove terre, si occupavano di distribuire le terre fra i migranti e istituire le regole sociali: le leggi ricalcavano quelle della madrepatria, così come i riti della religione olimpica. Si spiega così la forte presenza greca nella Sicilia, dai monumenti all'etimologia dei nomi dei maggiori centri abitati.

Fra i primi gruppi di Greci annoveriamo i Calcidesi d'Eubea, che intorno al 734 a.C. fondarono Naxos. Il gruppo stabilitosi qui, dopo alcuni anni partì verso sud per fondare Lentini nel 728 a.C. e Catania poi nel 727 a.C

Nel 734 i Dori di Corinto fondarono Sùraka (Siracusa), i cui abitanti fondarono a loro volta Akrai (Palazzolo Acredide) e Camarina. 

Nel 728 a.C., i coloni provenienti da Mégara fondarono Mégara Iblea e Selinunte


Tra il VII e VI a. C., coloni provenienti da Rodi e Creta fondarono Gela, i cui abitanti a metà del VI a. C. fondarono Agrigento. 

Nel 491, Anàssila di Messene, con un gruppo di greci già stanziati in Calabria, occupò Zancle e gli cambiò il nome in Messene (l'odierna Messina), in memoria della sua città natale. 

Alcuni sostengono che Messina fu forse la prima colonia fondata dai Greci; in realtà, però, nessuna fonte è in grado di suffragare questa ipotesi. Risulta più probabile, invece, il primato della fondazione di Naxos, grazie alla testimonianza di Tucidite ne La guerra del Peloponneso.

Origine della parola Mafia



Sebbene la parola mafia sia stata sempre diffusa in Sicilia e utilizzata con significati polisemici, la sua origine etimologica rimane avvolta nel mistero. 

Esistono tante proposte di genealogica semantica, eccone alcune:

Dall'arabo: 
1. mu'afak: protezione dei deboli
2. mahyas: millanteria e spacconeria
3. maha: cava (luogo segreto di riunione dei primi mafiosi)
4. màhfil: adunanza
5. ma afir: tribù che aveva dominato Palermo nel periodo saraceno

Dal Toscano: 
maffia: miseria e ostentazione vistosa, spocchia

Dal piemontese
mafiun: uomo malfatto, rustico, rozzo, che non parla e non risponde. 

 

  Luigi Capuana e Giuseppe Pitré sostenevano che la parola era già in uso a Palermo prima del 1863, con il significato di bellezza e orgoglio.

Nessuna di queste interpretazioni prevale in maniera decisa.

Il termine acquista la sua valenza negativa, anche al di fuori della Sicilia, a partire dal 1863, quando diventa sinonimo di criminalità siciliana. In quell'anno, l'opera teatrale di Giuseppe Rizzotto "I mafiusi di la Vicaria", mette in scena il modo in cui i carcerati del Vicaria di Palermo si organizzano e si comportano. Emergono gli elementi che poi faranno parte dell'organizzazione criminale, come il capo, i "picciotti" e il "pizzo".

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